ECONOMIA
Territori in bilico – Tiene il lavoro, ma troppi consumi obbligati
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C’è un momento preciso in cui le cifre astratte dell’economia smettono di essere grafici da analizzare e diventano materia viva nelle tasche delle persone. Quel momento coincide quasi sempre con le scelte quotidiane: la spesa della settimana, la bolletta del gas, il pieno per andare a lavorare.
L’ultimo report dell’Ufficio Studi di Confcommercio parla chiaro: a settembre il Misery Index (MIC) è salito a 12,2 punti (rispetto all’11,8 di agosto), trascinato da un’inflazione sui beni ad alta frequenza d’acquisto che in un solo mese è schizzata dal 4,3% al 5,3%. Energia, alimentari freschi e qualche tensione tecnologica continuano a spingere in alto i listini, mentre la tenuta della disoccupazione — stimata al 5,9% e al 6,6% quella estesa — riesce a contenere solo in parte la pressione.
Leggere questi dati attraverso le lenti delle aree interne del Mezzogiorno, tuttavia, impone una riflessione più profonda. Se a livello nazionale il mercato del lavoro offre una sponda di resistenza, nei comuni dell’Appennino meridionale l’impatto dei rincari segue dinamiche ben più rigide.
Nelle aree marginali, la voce “beni ad alta frequenza d’acquisto” non ha lo stesso peso che nel resto del Paese. In assenza di un sistema di trasporto pubblico capillare, la macchina non è un bene di consumo voluttuario, ma un’infrastruttura di sopravvivenza. Per chi deve spostarsi quotidianamente verso i capoluoghi per lavoro, studio o salute, l’aumento dei carburanti e dei costi energetici si traduce in un prelievo forzoso sul bilancio familiare.
Allo stesso modo, il rincaro del 5,3% sugli alimentari freschi picchia più duro dove l’offerta commerciale è ridotta all’osso e mancano le alternative distributive dei grandi centri.
I tassi di disoccupazione ufficiali ammortizzano l’indice a livello statistico, ma non raccontano fino in fondo le fragilità strutturali del lavoro nell’entroterra: l’alta incidenza di contratti a termine, il part-time involontario e redditi mediamente più bassi rispetto alle grandi aree metropolitane. In questo quadro, anche con una Cassa Integrazione stabile, la perdita del potere d’acquisto è immediata e non lascia margini di manovra.
Il rischio prospettato da Confcommercio per la fine del 2026 è il classico “effetto contagio”: il trasferimento dei rincari energetici e alimentari su tutti gli altri settori merceologici. Nelle comunità interne, già segnate da un progressivo spopolamento, una contrazione dei consumi nei mesi invernali non significa solo risparmiare su un acquisto in più, ma mettere a repentaglio la tenuta delle ultime botteghe e attività commerciali di prossimità.
Se il Misery Index è il termometro del disagio sociale ed economico, la diagnosi per i territori in bilico è del tutto evidente: senza politiche che tengano conto delle disparità geografiche e della carenza di servizi essenziali, anche un’inflazione apparentemente contenuta rischia di scavare un solco sempre più profondo tra il Paese dei grandi centri e quello delle aree interne.




