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CULTURA

‘La Zeza’ chiude la stagione artistica dell’Accademia di Santa Sofia: spettacolo coinvolgente al Teatro Comunale

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Quattordicesimo e ultimo appuntamento nel cartellone artistico 2025/26 dell’Accademia di Santa Sofia, sotto la direzione artistica di Filippo Zigante e Marcella Parziale e in collaborazione con il Conservatorio “Nicola Sala”, l’Università degli Studi del Sannio e il Banco BPM. Ieri presso il Teatro Comunale “Vittorio Emmanuele” di Benevento, si è tenuta “La Zeza”, farsa comica con musiche da un canovaccio del ‘600 napoletano, con Vito Cesaro, Claudio Lardo, Enrica Mari, scritto e diretto da Dora Liguori, ieri presente e che ha tenuto un breve intervento per introdurre il pubblico alla performance.

La “Zeza” è un’opera capace di travolgere il pubblico con la sua energia popolana e la sua comicità senza filtri. Lo spettacolo si distingue per un ritmo serrato e uno spirito marcatamente irriverente, che attinge a piene mani dalla tradizione della commedia dell’arte e del teatro carnevalesco campano. Fin dalla prima scena gli attori rompono la quarta parete con la presentazione dei propri personaggi. Questo accelera l’immersione dello spettatore e trasforma la farsa in una festa collettiva. Nel susseguirsi delle scene, gli attori mostrano una complicità magnetica anche se si fa ampio uso di doppi sensi, parole carnali e riferimenti sessuali. La recitazione eleva questi elementi. Infatti, la spregiudicatezza non scade in volgarità, ma viene gestita come una celebrazione goliardica della vita.

La “Zeza” nasce storicamente come teatro di strada legato ai riti del Carnevale. La vicenda ruota attorno alle baruffe familiari tra Pulcinella e sua moglie Lucrezia (detta “Zeza”). Al centro della disputa, c’è il matrimonio della figlia Vicenzella: Pulcinella vorrebbe farla accasare con un ricco pretendente, mentre la figlia si invaghisce di un giovane “maestro” di musica. La trama si sviluppa tra equivoci, parti musicali ed intrecci; fino ad arrivare al finale, il cui significato non è strettamente legato alle singole vicende della trama. Attraverso la satira e lo sberleffo, affidati ai personaggi principali, la farsa offre una valvola di sfogo al popolo. Infatti, la morale implicita è che, di fronte alla fame, all’amore e ai bisogni primari dell’uomo, tutte le sovrastrutture sociali, le ipocrisie e le convenzioni borghesi crollano inevitabilmente, livellate dalla potenza liberatoria della risata.

L’esibizione è stata preceduta dal preludio di Salvatore Palladino, presidente dell’Accademia di Santa Sofia, “Popolo mio, mai t’abbandonerò… Benedetto XIII, papa, archivista”.

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