ECONOMIA
Territori in bilico – Competenze digitali e scuola, la sfida nell’era dell’intelligenza artificiale
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Quasi la metà degli italiani non possiede competenze digitali almeno di base. Un dato che non può essere ignorato: ci colloca agli ultimi posti in Europa e mette in luce un nodo centrale per il nostro futuro. Lo segnala l’indagine targata Openpolis/Fondazione Con i Bambini, in concomitanza con la Giornata europea della protezione dei dati personali, celebrata del 28 gennaio. Un’occasione utile per riflettere su quanto saper usare consapevolmente le tecnologie non sia più solo un vantaggio competitivo sul lavoro, ma un vero e proprio requisito di cittadinanza.
In un mondo sempre più interconnesso, dominato dalla sovrapproduzione di contenuti, dalla diffusione di fake news e dal tracciamento delle nostre abitudini, possedere competenze digitali significa essere cittadini capaci di orientarsi con autonomia e consapevolezza. Qui entra in gioco la scuola, chiamata non solo a trasmettere conoscenze, ma anche a garantire parità di accesso a strumenti e infrastrutture digitali, riducendo così le disuguaglianze educative.
Eppure, la realtà è ancora lontana dall’ideale. Solo il 40% degli edifici scolastici italiani dispone di aule informatiche, con forti differenze territoriali: alcune regioni del centro-nord, come Lazio e Umbria, sono sotto la media nazionale, mentre alcune zone del Sud, come Basilicata e Puglia, registrano valori migliori. Nei capoluoghi, Pavia, Modena e Aosta superano l’80% di edifici con laboratori digitali, mentre Catanzaro, Cosenza e Latina rimangono sotto il 10%. La carenza di spazi adeguati si acuisce man mano che ci si allontana dai poli urbani, penalizzando i comuni periferici e ultra-periferici.
Questo divario infrastrutturale si riflette anche nelle competenze della popolazione. Nel 2025, solo il 54,3% degli italiani possedeva competenze digitali di base o superiori, rispetto a una media europea del 60,4%. Tra i giovani 16-29enni, le cosiddette “native digitali”, la quota sale al 69,1%, comunque sotto la media Ue del 74,7%. Il legame tra istruzione e competenze digitali è evidente: chi ha un livello di istruzione elevato padroneggia meglio strumenti e tecnologie rispetto a chi ha un titolo più basso, amplificando il rischio di nuove disuguaglianze.
A queste sfide si aggiunge la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Strumenti potenti e promettenti, ma che comportano rischi concreti se non vengono utilizzati con consapevolezza: dalla protezione dei dati alla dipendenza tecnologica, dalla trasparenza dei sistemi al rischio di ampliare divari educativi già esistenti. In Italia, l’integrazione dell’Ai nelle scuole è ancora in fase sperimentale, con linee guida ministeriali che ne sottolineano il ruolo di supporto e non di sostituzione dell’azione educativa. La formazione degli insegnanti emerge come prerequisito essenziale, ma per ora resta spesso limitata a progetti pilota.
Se vogliamo che le nuove generazioni possano diventare cittadini digitalmente competenti e responsabili, la scuola deve essere il cuore di una strategia nazionale chiara e condivisa. Non basta avere dispositivi o connessioni: servono laboratori attrezzati, insegnanti formati, curricula che integrino le competenze digitali e la conoscenza dell’Ai in maniera consapevole e critica.
Il rischio, altrimenti, è duplice: restare indietro rispetto agli standard europei e generare nuove forme di esclusione sociale. Investire nelle competenze digitali non è quindi una scelta tecnica o economica: è un atto di cittadinanza. La sfida è ambiziosa, ma il futuro di un Paese che vuole essere competitivo, inclusivo e consapevole in un mondo sempre più digitale passa da qui.




