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CULTURA

Tamburo, il Rione Libertà nel cuore e il futuro in mano: la sfida giapponese del rapper beneventano

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C’è un ragazzo di Benevento che oggi attraversa Shinjuku con la tuta giallorossa nello zaino e il dialetto in gola. Si chiama Alessio Luongo, ma per molti è Tamburo. E non è solo un nome d’arte: è un battito. È il suono ruvido delle periferie, è il Rione Libertà che diventa metrica, è la provincia che si fa racconto urbano.

Lo abbiamo raggiunto a Tokyo, dove da fine 2025 si è trasferito per studiare lingua e cultura giapponese. Una scelta radicale, a 31 anni, quando molti cercano stabilità e lui invece ha scelto il salto.

“Il futuro appartiene a chi se lo prende”, ripete come un mantra. Non è una frase da poster motivazionale. È un principio inciso sulla pelle, dopo cadute, silenzi, ripartenze.

Tamburo è figlio della Benevento popolare, quella che non si racconta nelle brochure turistiche ma nelle panchine sotto casa. È la “voce delle periferie”, uno che ha trasformato le storie di strada in cronaca in rima. Il suo approccio narrativo è asciutto, diretto, quasi documentaristico. Non filtra, non addolcisce.

È l’autore di “Mi innamoro solo se”, l’inno ufficiale del Benevento Calcio. Un brano che allo stadio è diventato rito collettivo, coro, pelle d’oca. “A volte mi mandano i video dalla curva. Gente che non conosco mi scrive: magari ti senti solo lì in Giappone, ti mando questo audio. Sono cose che non si spiegano”.

Eppure, proprio quando la sua dimensione beneventana sembrava consolidata, qualcosa si è mosso dentro. “Mi sentivo in una zona di comfort. Troppe certezze. Avevo bisogno di una scossa”.

Il Giappone non è stato un capriccio esotico. È una passione nata anni fa, dagli anime guardati in lingua originale, cresciuta con lo studio autodidatta durante il Covid, maturata fino a diventare necessità. “Non è un’esperienza. È una dichiarazione”.

Tokyo, racconta, è una città che ti travolge senza chiederti il permesso. Una megalopoli dove l’individuo si piega alla collettività, dove le regole scritte e non scritte diventano architettura invisibile della vita quotidiana.

“Mi sta cambiando. Mi sta facendo crescere velocemente. È un pugno nello stomaco che non fa male, ma ti sposta dentro”.

Per una mente creativa, dice, è un’esplosione continua: i suoni dei treni, le voci nelle stazioni, le insegne luminose, i silenzi improvvisi. Ogni angolo è una vibrazione. Una metrica potenziale.

E così il rapper del Rione Libertà si ritrova a salire su palchi giapponesi, a 10mila chilometri da casa, a rappare in italiano e in dialetto davanti a un pubblico che non capisce le parole ma sente l’energia. “Mi chiamano Tamburo, a volte Tamburo-san. Oppure il rapper italiano. È strano. Per anni ho lottato per uscire dal quartiere. Ora mi identificano come italiano. È una nuova forma”.

Il paradosso è potente: raccontare la provincia in una delle città più grandi del pianeta. E scoprire che funziona. Perché l’identità, quando è autentica, supera la traduzione.

Il trasferimento non ha messo in pausa Zona Ovest, il collettivo nato a Benevento e cresciuto fino a diventare movimento culturale. Non una semplice crew, ma una rete che intreccia musica, sociale, appartenenza.

Zona Ovest è famiglia, dice. È identità. È proposta. Continua a produrre, organizzare serate, stringere collaborazioni con realtà nazionali. “Nasce da me, ma non è solo mia. È di chi si sente Zona Ovest”.

In un territorio spesso accusato di immobilismo, Tamburo rivendica una visione: non basta lamentarsi della mancanza di opportunità. Servono idee, investimenti, coraggio politico e privato. “Non può essere solo Città Spettacolo una volta l’anno. Servono alternative vere. Cultura, sport, turismo. Benevento potrebbe vivere della sua storia. E invece i ragazzi vanno via”. Lui è andato via per crescere, non per fuggire. La differenza, sottolinea, è sostanziale.

Il suo percorso è stato segnato da fratture interiori. Periodi in cui Tamburo era armatura e Alessio restava nascosto. Altri in cui l’emotività prendeva il sopravvento e la bussola si smarriva. Il punto di svolta arriva con un lavoro su se stesso e con l’EP “Randagi di Dio”. Da lì in poi le due anime iniziano a dialogare. “Oggi sono la stessa cosa. Qui in Giappone sono Alessio, ma riesco a essere anche Tamburo. Anni fa non sarebbe stato possibile”. È una maturità che non cancella le cicatrici, ma le integra. Le trasforma in materiale narrativo. In sostanza.

A Tokyo sta costruendo legami con fotografi, producer, videomaker. Le date live si moltiplicano. Ogni volta che legge il suo nome su un flyer in inglese e giapponese prova un’emozione nuova, quasi infantile. Ma il filo con Benevento non si spezza. In una share house internazionale, tra coinquilini stranieri, lui gira con la tuta del Benevento. Una volta, racconta, un pacco con lo scudetto giallorosso è stato aperto per errore dalla padrona di casa. “Appena ha visto lo stemma ha detto: questo è di Alessio”. Tamburo è Benevento. E Benevento è Tamburo. Quattordici anni di musica non si cancellano con un volo intercontinentale.

Alla domanda su dove possa arrivare il Benevento Calcio, risponde con scaramanzia e cuore. Alla domanda su dove possa arrivare lui, invece, non mette limiti. Non è figlio di privilegi, dice. È uno che ha lavorato il doppio, che ha rinunciato, che ha messo da parte. Per poter oggi vivere questa realtà.

Se dovesse raccontare chi è Tamburo, direbbe questo: un artista che non ha tradito se stesso. Che continua a essere la voce di chi vive di sacrifici, sogni, strada. Che vuole fare da ponte tra la periferia e il centro, tra Benevento e il mondo. E mentre Tokyo scorre veloce sotto i neon e le rotaie sopraelevate, c’è un battito che non cambia ritmo. Parte dal Rione Libertà, attraversa oceani, rimbalza nei club giapponesi e torna indietro, come un’eco. Il futuro, per lui, non si aspetta. Si prende.

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