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CRONACA

Benevento, Mario in fin di vita dopo l’aggressione. L’appello della famiglia: ‘Non spegnete la luce sul nostro dolore’

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A due settimane da quella sera, su Benevento sembra essere calato un silenzio colpevole. Un silenzio che per la famiglia di Mario Capobianco, 68 anni, non è pace ma abbandono. Perché mentre l’attenzione pubblica si è spenta, loro continuano a vivere dentro un incubo che non concede tregua.

Mario oggi è ricoverato in Neurorianimazione al San Pio, attaccato a macchinari che tengono in vita un corpo devastato. La sera del 24 gennaio, al rione Libertà, in via Silvio Pellico, è stato brutalmente aggredito: colpito con calci e pugni, soprattutto alla testa, anche quando era già a terra, inerme, sull’asfalto. Una violenza cieca, ripetuta, feroce. I medici sono stati chiari: danni cerebrali estesi, prognosi riservata, pericolo di vita costante. E se anche dovesse sopravvivere – una speranza definita minima – Mario resterebbe un vegetale per il resto della sua esistenza.

Per quella aggressione è stato arrestato un 38enne beneventano, ora ai domiciliari, con l’ipotesi di reato di lesioni gravissime. Ma secondo i familiari di Mario quella sera non è stata un’esplosione improvvisa di violenza: è stato il culmine di una escalation di minacce, intimidazioni, danneggiamenti, stalking. Un clima di paura crescente che – raccontano – andava avanti da tempo e che nessuno è riuscito a fermare prima che fosse troppo tardi.

Quella paura oggi è più viva che mai. Perché l’uomo accusato dell’aggressione non è in carcere, ma a casa. E loro hanno paura. Paura che possa colpire ancora. Paura di non essere protetti. Paura che tutto questo venga archiviato come “un fatto di cronaca”, una riga in fondo a una pagina.

A casa, intanto, c’è una famiglia distrutta. C’è una moglie che vive sospesa tra una telefonata dall’ospedale e l’altra. Ci sono figli che guardano una porta che non si apre più. C’è una figlia diversamente abile che continua a chiedere del suo papà, ignara di una verità troppo crudele persino da spiegare. Ogni giorno che passa è una condanna che si rinnova.

I familiari non ci scrivono per alimentare rabbia o polemiche. Scrivono perché sono inermi, come Mario lo era quella sera sull’asfalto. Scrivono perché si sentono dimenticati, feriti da un silenzio che pesa quasi quanto la violenza subita. «È inaccettabile – dicono – che una città smetta di parlare di un uomo massacrato di botte, ridotto tra la vita e la morte».

Per quanto riguarda l’iter giudiziario, invece, l’avvocato della vittima – il noto penalista Vittorio Fucci jr – ha chiesto la nomina di un consulente tecnico d’ufficio (CTU) e la riqualificazione dell’ipotesi di reato in tentato omicidio.

Questo non è soltanto il dramma privato di una famiglia spezzata. È una ferita aperta nella coscienza di Benevento. Perché qui non si invoca vendetta, ma verità, giustizia e responsabilità. Si chiede alla città di non voltarsi dall’altra parte, alle istituzioni di farsi sentire davvero, alla comunità di stringersi attorno a chi oggi vive una tragedia senza appigli. Si chiede di non spegnere la luce su Mario Capobianco. Di non spegnerla su una violenza che – secondo i familiari – non è nata all’improvviso, ma è stata annunciata, temuta, ignorata fino all’irreparabile. Perché quando il silenzio cala su fatti di questa gravità, non è mai neutrale. È una forma di assuefazione. È una resa. Ed è, per chi soffre, una seconda, devastante aggressione.

Foto: IA

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