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POLITICA

Civico22, Iorio: ‘Le alterne fortune dell’architettura brutalista a Benevento’

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“L’architettura brutalista, come si sa, ha un padre nobilissimo: l’architetto svizzero Le Corbusier, che teorizzò l’uso del calcestruzzo “bruto”, a faccia vista cioè, per evidenziare con forza espressiva le strutture portanti, plasticamente disposte senza mediazioni e senza abbellimenti.

A Benevento, l’avventura di questo stile architettonico – scrive Giuseppe Iorio, segretario di Civico22 – cominciò con un giovane Nicola Pagliara, che nel 1960 progettò la centrale dei telefoni SET, una “scatola introversa” dal chiaro brutalismo: solo calcestruzzo a vista, volumi geometrici, un massiccio basamento pieno, ombre nette e tagliate che gli edifici limitrofi stampano sulle facciate. Il tempo passato ne ha scurito variamente le superfici, mostrandone a tratti l’intima essenza di sabbia e breccia, facendo intuire la forza legante del cemento in un monolite che si staglia tra le case antiche. L’opera si conserva integra, dimenticata in un vicolo dell’Annunziata a poca distanza da piazza Guerrazzi; uno sguardo libero e attento coglie, nello slancio verticale e nelle finestre alte e strette, un vago sapore futurista.

Dopo la chiusura della Banca d’Italia, si è temuto per la sorte di un altro edificio brutalista a Benevento, la sede della banca appunto, le cui strutture vennero progettate da Michele Pagano, indimenticato professore di ingegneria a Napoli. Sono tante le citazioni da Le Corbusier, dal tetto giardino del primo piano alle grandi vetrate dei saloni a livello strada, dalle partizioni modulari in facciata delle torri abitative al calcestruzzo faccia vista, di insolita e ben conservata qualità formale, fino alla presenza di rettangoli aurei che si intuiscono, variamente distribuiti, a tutti i livelli. Provvidenziale l’acquisto del piano terra da parte di Confindustria e dell’Ance, che ne hanno curato la manutenzione con discrezione e rispetto.

Resiste il grande seminario arcivescovile di viale degli Atlantici, inaugurato da san Giovanni Paolo II nel 1990, ma chiuso alcuni anni fa per mancanza di vocazioni, come è chiusa la chiesa in calcestruzzo tinteggiato di bianco, dalla sagoma aguzza, cerniera triangolare tra le lunghe facciate del seminario. Sono evidenti il brutalismo, la modularità, il razionalismo e altre numerose e più sottili citazioni, non sempre perfettamente amalgamate e coerenti.

Sorte infausta invece per il fabbricato ex INPS di via Calandra: una firma, il rilascio di un permesso di costruire e in poche settimane, in piena emergenza Covid e con i beneventani confinati in casa, l’edificio viene giù. Anche qui strutture in calcestruzzo rasato di bianco, smisurate travi concave, fasci di tubi contenenti scale e ascensori, finestre in lunghezza. Citazioni brutaliste da Le Corbusier, quindi, ma a ben vedere non mancano moderni riferimenti alle idee futuriste di Antonio Sant’Elia, alle sue architetture “simili a macchine gigantesche”, qui con un di più di felice, aggressiva sfacciataggine. Il sospetto è che i beneventani non abbiano mai amato questa nave, attraccata a Benevento con i suoi ponti e i suoi fumaioli, così come non l’hanno amata l’Amministrazione comunale e i dirigenti che ne hanno decretato la fine. Dispiace che l’opera, quando ancora esisteva, non fu censita dal Ministero della Cultura: si sarebbe potuto salvarla. Ma forse no, vista la fine miseranda di un altro bene censito, la scuola media Federico Torre”, conclude Iorio.

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