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CULTURA

Auser, Mario Collarile protagonista con “Quel gioviale di Giovenale”

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Promossa dall’Auser di Benevento, si è svolto giovedi 27 aprile nel Palazzo del Volontariato l’incontro con Mario Collarile, sul tema “Quel gioviale di Giovenale”. Incontro di ironica ‘cultura estrema’ a dire del conferenziere, notissimo a Benevento non solo come avvocato ma anche come docente universitario, scrittore, regolamentatore e dirigente di sport, organizzatore di eventi culturali.

Usando nella sua ‘esibizione’ il dialetto beneventano nel suo livello maggiormente… detestabile e affidando la poesia del grande poeta latino Giovenale a personaggi di fantasia da lui stesso interpretati (una seriosa professoressa di liceo e la sua allieva più spocchiosa, col commento dei triggiaioli Zi Ma’ e Zi ‘Nto), Collarile ha trovato la modalità giusta per far rivivere la sua lingua nell’atmosfera più scioccante in cui la sentiva usare da bambino. Quella lingua ha restituito al pubblico sensazioni che credevamo svanite per sempre. Hanno ripreso vita volti antichi, luoghi, emozioni che talvolta solo i sogni fanno ritrovare. Condividere le sue antiche sensazioni con gli spettatori ha rappresentato per il conferenziere/attore una forma di tributo liberatorio al passato e, per gli spettatori, l’esperienza di un’umanità gioiosa e giocosa, oltre che nostalgica.

Difficile accorgersi, nella esilarante serata, del momento in cui il serio professionista  Mario Collarile sconfinava nell’altro personaggio. Lievi spostamenti consentivano di cogliere le caratteristiche del suo humour: senza malevoli inclinazioni verso l’umanità, come avviene spesso nell’ironia, lo humour è uno slittamento dell’animo verso un possibilismo benevolo diretto alla realtà, che ne accetta le eccentricità e gli sconfinamenti in luoghi definibili convenzionalmente come indecenti. L’autore di un incontro così sorprendente è quindi apparso una persona che vive la vita come un teatro del grottesco possibile, tale perché connaturato alla natura umana, non solo da esibire sulla scena individuale. Il linguaggio da lui proposto, nella sua libera interpretazione della satira di Giovenale, merita analisi e riflessione.

Il suo livello gergale, che si potrebbe giudicare ‘triviale’ all’interno di una definizione riduttiva e moralistica dell’espressività, ha fatto pensare non solo alla libertà della persona  e alla sua fiducia nello spettatore, ma anche a un piccolo tributo a quel ‘non detto’  che, pur abitandoci nel silenzio, continua a chiederci  qualcosa di essenziale. Si tratta di richieste che trovano forme diverse dalle parole per comunicare con noi. Le cose che abbiamo amato nell’infanzia – genitori, fratelli e sorelle, la casa, il paese o la città, i dialetti – si trasformano nell’animo e nella mente in particelle affettive primordiali e indistruttibili che continuano a influenzare emotivamente la persona  per tutta la vita. Bisogna capire che spesso chiedono solo di rivivere.

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