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CULTURA

Unisannio Cultura, Alberto Mieli racconta la sua esperienza nei campi di sterminio

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180060 è il numero che Alberto Mieli, uno degli ultimi romani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, ha dovuto imparare in lingua tedesca a forza di bastonate e urla dei Kapò ed è il marchio a vita di quell’esperienza drammatica che ha tradotto nel libro “Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa”, scritto a quattro mani con la nipote Ester, e che oggi ha raccontato agli studenti dell’Unisannio nell’ambito dell’iniziativa dell’ateneo sannita Unisannio Cultura.

L’incontro, organizzato dall’Università degli Studi del Sannio è stato realizzato con il supporto di Pietro Loconte, direttore artistico dell’associazione culturale musicale “Nuova Diapason” e di Maria Incoronata Fredella, presidente dell’associazione culturale “Log01”.

Un racconto commosso, dei 22 mesi di prigionia trascorsi prima nel sesto braccio del Regina Coeli di Roma, dove venivano relegati gli antifascisti, poi nel campo di Auschwilegitz e infine di Mathausen, che ha inizio con il ricordo di una piccola ma grave disobbedienza alla raccomandazione della mamma di non uscire in strada per non incorrere nelle retate dei nazi-fascisti.

Un racconto che serve come testimonianza di un passato i cui orrori talvolta sembrano tornare proprio in quella centralissima Europa che oggi in alcuni suoi angoli alza muri e filo spinato contro l’ingresso dei migranti.

“A diciassette anni è difficile resistere per giorni al chiuso di una stanza – racconta – e gironzolando per la città suonò la sirena che mi costrinse a raggiungere il ricovero antiareo”.

E’ qui che incontra dei ragazzi che si dicevano partigiani che distribuivano in cambio di poche lire francobolli antifascisti. Alberto Mieli ne prese due, “per mostrare di essere grande”, conservandoli nel taschino della giacca.

Quel gesto è l’inizio di tutto: dopo alcuni giorni uscendo di nuovo di casa di nascosto dalla madre, incontra cinque ragazzi della Gestapo che lo portarono insieme ad altri 12 giovani, in tutto erano sette ebrei e sei cattolici, al posto di polizia di piazza Venezia per essere identificato e trasportato al Regina Coeli dove iniziarono giorni di interrogatorio sotto tortura proprio per quei francobolli.

Dopo dieci giorni la destinazione ad Auschwitz: “qui cambiò la mia vita – dice Mieli – era una continua malvagità, una continua cattiveria, picchiati di notte, umiliati, selezionati, marchiati, l’odore acre dei forni crematori. Le donne hanno hanno sofferto molto molto più di noi, denudate davanti a tutti e costrette a non coprirsi a colpi di frustate.”

“All’arrivo dei Russi in inverno ci fecero uscire e cominciammo un cammino lungo 620 Km a piedi fino al confine tra Cecoslovachcia e Polonia dove ci rinchiusero in un vagone piombato e trasportati senza cibo né acqua per sei giorni fino a Mathausen. Ci fecero salire 300 scalini con un masso sulla schiena di 20 kg, molti cadevano e morivano.”

Poi l’arrivo degli americani guidati dal comandante italo-americano Alberti, che ricorda con un sorriso e con l’invito a mangiare.

Il ritorno a Roma di Alberto Mieli è stato il ritrovo della famiglia, genitori e sette fratelli, ma è stata anche la scoperta di tanti morti, della morte alla Fosse Ardeatine di quei suoi dodici compagni di cella al Regina Coeli e la presa di coscienza di un orrore che lo accompagnerà per tutta la vita.

“I campi di concentramento di cui mi fecero dono – dice con amara ironia – erano macchine di perfette di annullamento della dignità umana. Se oggi dovessi scegliere tra la cella, le Fosse Ardeeatine e Auschwitz sceglierei le prime due”.

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