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CULTURA

Inagibilità De Simone, la proposta di Art’Empori: “Eventi negli esercizi commerciali e crowdfunding per il teatro”

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Lettera aperta di Alessio Masone di Art’Empori.it, movimento artistico-economico di fruitori responsabili, che interviene sulla notizia dell’inagibilità del Teatro De Simone e delle polemiche scaturite dalla chiusura temporanea della struttura.

“Quando si leggono sui giornali e sui social network gli interventi sull’inagibilità del teatro De Simone, – scrive Masone – sembra che gli operatori culturali della nostra città vivano una dimensione parallela dove il mondo è rimasto ad alcuni anni prima della recessione. Anche il meno lungimirante degli amministratori pubblici vorrebbe tenere in funzione tutti i teatri del proprio territorio.

Ma la vita non è un social network che regala quel delirio di illimitatezza che consente virtualmente di poter partecipare contemporaneamente a più eventi, di far parte di più gruppi anche quando in contraddizione tra loro.

Nel mondo reale, quello dei limiti e della recessione, invece, si deve necessariamente rinunciare, non aggiungere all’infinito. Le limitate risorse finanziarie derivanti dalle tasse dei cittadini devono essere destinate alla sanità, alle forze dell’ordine, a chi a perso il lavoro, alla scuola o alla cultura? A quali rinunciamo?

Oggi, è un controsenso raggiungere un teatro, attraversando il cimitero dei negozi chiusi o in chiusura, per sentire dagli attori che il mondo non va. Questa crisi è necessità e opportunità per il cittadinospettatore di diventare cittadinoattore del cambiamento nel quotidiano.

Certo, non si vuole che chi vive di teatro si aggiunga alla lista di quelli che stanno perdendo casa, azienda e lavoro. Ma forse quegli artisti potrebbero dare un segnale di cambiamento perché ormai esiste una corrispondenza diretta tra ogni spettacolo realizzato a spese delle strutture pubbliche e una partita IVA che chiude a causa delle tasse insostenibili, con la conseguente perdita di posti lavoro.

I lavoratori dell’immateriale sono esponenti in buona fede di quel mondo dei servizi che, comprensivo della burocrazia, da accessorio, si è ritrovato a essere predominante e intollerabile, in termini di peso economico, sui mestieri manuali e sull’economia reale. Ebbene, i lavoratori dell’immateriale, potrebbero riprendere contatto con il mondo reale, potrebbero contaminarsi con le aziende locali: per non gravare sulla comunità in crisi e per accendere i riflettori dello spettacolo sui palcoscenici della resistenza economica quotidiana, gli eventi teatrali potrebbero svolgersi nel teatro diffuso rappresentato da vinerie, osterie, masserie, gallerie d’arte, librerie e altri negozi indipendenti.

Questa crisi di sistema, con il suo cambiamento epocale, forse libererà la creatività dalla costrizione degli edifici pubblici, non luoghi della cultura in quanto sconnessi dal quotidiano e dalle sue emergenze: spazi istituzionali che si nutrono di responsabilità sociale lunga e che alimentano la delega.

Gli artisti che non vorranno esibirsi in questi contesti di fruizione informale, di teatro diffuso nel quotidiano, probabilmente non sono portatori di cambiamento: a questi soggetti, rimasti sull’uscio della nostra epoca in crisi, potremmo rinunciare in nome di una giustizia sociale.

Come un regista, per realizzare uno spettacolo, rinuncia per mesi a pezzi della propria vita, così gli spettatori, rinunciando a quegli artisti che rappresentano l’immobilismo, sarebbero autori di un’azione artistica, sarebbero fruitori responsabili di arti coerenti con questo secolo.

Visto che alcuni spettacoli necessitano, comunque, di spazi deputati e vista la necessità di tutelare il patrimonio edilizio storico, la società civile beneventana, dimostrando di non delegare responsabilità e soluzione ad altri, potrebbe configurarsi come comunità coesa che, dal basso, si attiva in prima persona in questo cambiamento epocale, raccogliendo fondi per recuperare la chiesa che rende inagibile il De Simone.

Certo, molti cittadini non riescono a saldare neanche le utenze di casa propria, ma molti altri concittadini, che possono ancora permettersi il superfluo, potrebbero contribuire: ad esempio, quelli che, in nome della cultura, amano viaggiare, potrebbero rinunciare a un viaggio all’anno per destinare il denaro risparmiato a un crowdfunding per il De Simone e altri edifici culturali che necessitano di manutenzione. Senza rinuncia, non c’è cultura ma delega. Senza messa in discussione della popolazione non c’è cambiamento”.

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