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Fortore

Baselice, dal 15 al 25 ottobre la XXVI Biennale torna protagonista con una mostra e un nuovo catalogo

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La Biennale di Baselice continua. E nel piccolo borgo del Fortore l’arte diventa una forma di memoria, un modo per raccontare ciò che resta e ciò che parte. Con il sostegno degli sponsor, Enel in primo piano, dal 15 al 25 ottobre la XXVI edizione riapre il suo racconto. Spesso si pensa che i paesi debbano solo essere attraversati. Baselice chiede di essere guardato.

Guardato nelle sue pietre, nelle sue strade, nei paesaggi che si aprono sul Fortore, nelle case, nelle piazze e soprattutto nei volti. Perché qui, da più di mezzo secolo, l’arte ha assunto una funzione che va oltre l’esposizione: è diventata un modo per riconoscersi.

La Biennale di Baselice non è soltanto una rassegna di pittura. È una storia collettiva. Una di quelle storie che, negli anni, finiscono per appartenere non più soltanto agli organizzatori o agli artisti, ma a un’intera comunità. La XXVI edizione lo ha confermato, portando nel paese oltre trenta artisti e trasformando ancora una volta il borgo e Palazzo Lembo in luoghi di incontro, confronto e bellezza.

Ora quella storia continua. Dal 15 al 25 ottobre, Baselice torna ad aprire le sue porte con una nuova mostra e con un catalogo che raccoglie e fissa la memoria di questa edizione. È il secondo tempo della Biennale: dopo il momento della creazione arriva quello della conservazione, dopo la pittura arriva la memoria. Perché un quadro racconta il presente. Un catalogo racconta anche il tempo.

Forse la vera tela della Biennale è Baselice stessa. Lo è quando un artista si ferma davanti a un paesaggio e cerca di restituirne la luce. Lo è quando una casa, una strada o un campanile diventano materia pittorica. Lo è quando gli abitanti si fermano a osservare chi dipinge il luogo nel quale sono nati. È un rovesciamento dello sguardo. Ciò che per chi vive lì è quotidiano, per l’artista diventa straordinario. E improvvisamente una porta non è più soltanto una porta. Un vicolo non è più soltanto un vicolo. Un volto non è più soltanto un volto. Diventano memoria. È questo, forse, il piccolo miracolo della Biennale: restituire valore alle cose che il tempo rischia di rendere invisibili.

E in un paese dell’area interna, dove la parola futuro si confronta inevitabilmente con quella dello spopolamento, non è un fatto secondario. Una manifestazione culturale non può fermare da sola la partenza dei giovani, creare lavoro o risolvere la fragilità dei servizi. Ma può fare qualcosa di diverso e altrettanto necessario: può impedire che un luogo perda il senso del proprio valore. Può dire a chi è rimasto che quel luogo conta. Può dire a chi è partito che esiste ancora una ragione per tornare. Può dire a chi arriva che Baselice non è soltanto un punto sulla carta. È una comunità.

In questa edizione c’è anche un gesto simbolico particolarmente forte: affidare alla fotografia il compito di conservare ciò che è accaduto. Le immagini della fotografa baselicese Maria Pia diventano così una seconda narrazione della Biennale. È uno sguardo nato qui a raccontare ciò che qui è accaduto. E dentro questa scelta c’è qualcosa di profondamente umano: una comunità che si racconta attraverso i propri occhi.

Il catalogo diventa allora più di una pubblicazione. Diventa un archivio sentimentale. Ci saranno le opere, certo. Ma ci saranno anche le persone, le atmosfere, i luoghi, i momenti. Quella particolare energia che accompagna ogni manifestazione destinata a durare pochi giorni e che proprio per questo deve essere consegnata alla memoria. La festa diventa documento. L’evento diventa storia.

Una Biennale che arriva alla ventiseiesima edizione porta con sé una domanda: perché continuare? La risposta forse è proprio nella sua storia. Cinquantuno anni, in un piccolo centro del Mezzogiorno, sono un tempo enorme. Significano generazioni che hanno visto cambiare il paese, famiglie che hanno conosciuto partenze e ritorni, amministrazioni diverse, artisti diversi, stagioni diverse.

Eppure la Biennale è ancora lì. A dimostrare che la cultura, soprattutto nei territori fragili, non è un lusso. È una forma di presidio. Per questo il sostegno degli sponsor assume un significato che va oltre la semplice dimensione economica. Enel, insieme agli altri sostenitori dell’iniziativa, contribuisce a dare continuità a una manifestazione che ha costruito negli anni una propria identità culturale. È una collaborazione che mette in relazione impresa, istituzioni e territorio. E che consente a una storia locale di continuare a parlare anche fuori dai confini del paese.

La Regione Campania ha inoltre riconosciuto il valore della manifestazione, inserendola nel sistema delle iniziative culturali sostenute per la loro longevità e qualità. Non è soltanto un riconoscimento formale. È la conferma che alcune esperienze nate lontano dai grandi centri possono diventare patrimonio di una comunità più vasta.

C’è, infine, una parola che accompagna silenziosamente tutta questa storia: ritorno.
Ritorno degli artisti. Ritorno degli emigrati. Ritorno di chi ha lasciato Baselice e ritrova nelle fotografie, nei quadri, nelle strade di sempre qualcosa della propria storia. Ritorno della memoria. È forse questa la forza più autentica della Biennale. Non pretende di fermare il tempo. Gli chiede piuttosto di lasciare una traccia. E mentre molti piccoli paesi vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso ciò che hanno perduto, Baselice prova a raccontarsi attraverso ciò che ancora riesce a creare.

Una tela. Una fotografia. Un catalogo. Una mostra. Un incontro. Sembrano cose piccole. Ma sono proprio le cose piccole, quando vengono ripetute per cinquantuno anni, a diventare storia. Dal 15 al 25 ottobre, la Biennale torna dunque a fare quello che sa fare da sempre: mettere l’arte davanti agli occhi di una comunità e una comunità davanti agli occhi dell’arte.
Per qualche giorno Baselice sarà ancora una volta un paese da guardare. Ma soprattutto un paese che guarda se stesso. E forse è qui il senso più profondo di questa lunga avventura. Non dipingere soltanto Baselice.
Darle un volto.
E fare in modo che quel volto non venga dimenticato.

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