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Opinioni

Unisannio, la lettera dell’ex rettore Bencardino: ‘Dopo anni bui, con la Moreno si apre la stagione della rinascita”

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta che Filippo Bencardino, rettore dell’Università del Sannio dal 2006 al 2013 e tra i protagonisti della nascita dell’Ateneo, ha indirizzato all’attuale rettrice Maria Moreno. Una riflessione ampia e talvolta critica sulla storia dell’Università sannita, sulle sue contraddizioni e sulle tensioni interne che ne hanno segnato il percorso, ma anche un riconoscimento alla nuova stagione che si apre con la guida della professoressa Moreno.

“Cara Rettrice, cara Maria,

grazie per il tuo cortese e personale invito a partecipare alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Accademico. Ho partecipato con vivo piacere perché, con la tua elezione al vertice dell’Ateneo, sono finiti i giorni della merla ed è arrivata la giornata della marmotta. Spira, oggi, un vento di gentilezza, di educazione, di rispetto dell’altro: valori che negli anni passati sembravano essersi perduti. Erano più di dieci anni che non mettevo piede in Ateneo, sia pure con rammarico. Io, che sono stato tra i fondatori dell’Università del Sannio, non mi sentivo più a mio agio in un ambiente segnato da troppa conflittualità. L’Istituzione era diventata un condominio di litigiosi, frequentato da personaggi autoritari ma privi di autorevolezza, con posture e linguaggi non consoni a una comunità accademica ormai divisa tra amici da favorire e nemici da ostacolare, al punto da farmi vergognare di farne parte.

Come erano belli gli anni Ottanta e Novanta a Benevento. C’era entusiasmo, fiducia nel futuro. Non si pensava soltanto a sanare le ferite del terremoto, ma si progettava il futuro della città puntando sulla cultura e sulla tecnologia come strumenti di innovazione territoriale. La nascita dell’Università e di un polo tecnologico avrebbe dovuto rappresentarne l’esito finale. L’obiettivo “università” è stato raggiunto ma non quello del polo tecnologico perché, dopo le prime incoraggianti iniziative, tutto è progressivamente evaporato. Un tempo si diceva che la Campania finisse a Capodichino; oggi sembra non andare oltre l’Asse Mediano. E le aree interne continuano a spopolarsi.

Ma quale Università sognavamo allora? La Bocconi del Sud, la Sant’Anna del Mezzogiorno: certamente qualcosa di innovativo, capace di essere motore di cambiamento. In questo senso venne in aiuto un progetto di ricerca promosso dalla Scuola Sant’Anna di Pisa, al quale l’Ateneo sannita era stato chiamato a collaborare. Il progetto mirava a sperimentare nuove forme di collaborazione tra università, imprese e istituzioni, finalizzate alla formazione manageriale e alla creazione di nuove imprese. Era esattamente il modello di università che sognavamo.

A tal fine fu creato a Benevento un Centro multidisciplinare, con docenti appartenenti a diversi settori scientifici e alle varie Facoltà, proprio per superare la frattura tra le “due culture”. I risultati di quella ricerca furono eccellenti e, a mio avviso, quel modello avrebbe dovuto diventare la forma organizzativa della nostra Università. Invece, inspiegabilmente, quel Centro fu trasformato d’imperio in una struttura settoriale e para-dipartimentale “esclusiva”, ossia riservata a pochi.

L’Ateneo sannita è nato male ed è cresciuto peggio. Gemmato da Salerno ma di fatto “colonizzato” da Napoli, con docenti pendolari provenienti quasi esclusivamente dalla Federico II, senza però mai rompere davvero il cordone ombelicale. Questa situazione non ha favorito la formazione di una cultura accademica autonoma e ha finito per orientare l’orizzonte culturale e organizzativo dell’Ateneo in senso napolicentrico.

Ben diversa è stata, invece, la modalità con la quale  è nata l’Università della Calabria, anch’essa insediata in una regione priva di tradizione accademica, ma capace di incidere profondamente sulla trasformazione di Cosenza e del suo territorio.

Quell’Università non fu gemmata, ma fondata da un Comitato composto da personalità come Beniamino Andreatta, Giorgio Gagliani, Piero Bucci e Paolo Sylos Labini, che portarono a Cosenza giovani studiosi provenienti dalle migliori università italiane. Essi si radicarono nel territorio e fecero scuola, valorizzando le diversità culturali che, integrandosi tra loro, diedero all’Ateneo una forte identità, con risultati molto positivi. Cosenza-Rende è diventata un’area metropolitana dinamica e ricca di imprese innovative, e l’Università della Calabria è oggi una delle migliori università italiane.

L’Università del Sannio ha comunque avuto ricadute economiche positive per la città: ha contribuito alla rivitalizzazione del centro storico e ha consentito a molti studenti meno abbienti di frequentare l’università. Tuttavia, non ha acceso quella scintilla innovativa che la cittadinanza auspicava, ossia produrre innovazione territoriale.

Per le ragioni sopra esposte, nell’Ateneo non si è mai sviluppato un vero confronto di idee sul suo futuro e sulle scelte strategiche. Fin dall’inizio si è assistito piuttosto a uno scontro duro e scorretto, fatto anche di falsità, come accadde durante l’elezione del primo Rettore, quando a Pietro Perlingieri si contrappose un professore neo-ordinario in procinto di tornare a Napoli. Quella candidatura appariva già allora come una chiara operazione di potere finalizzata a conquistare l’egemonia sull’Ateneo da parte di forze accademiche esterne, per fare di Benevento una sede concorsuale per i propri “rampolli”. Una “colonizzazione” che ha ostacolato lo sviluppo di una gestione autonoma e democratica dell’Ateneo, perché le aspirazioni egemoniche  sono state la cifra costante  nella storia dell’Università.

Ho trovato per caso in un cassetto una copia di un Piano di sviluppo dell’Ateneo redatto da SannioEuropa, a me sconosciuto perché mai reso noto né discusso in Ateneo, forse perché metteva in evidenza le criticità della Facoltà di Scienze e Tecnologia, che evidentemente non si volevano portare alla luce.

Tutto ciò avveniva in un periodo in cui l’università italiana cominciava a vivere un momento difficile, persino di decadenza, a causa di scelte politiche errate, come, per esempio, la riforma dei concorsi, passati da nazionali a locali, causa principale del declino che oggi investe l’università italiana. Un criterio che non ha più garantito la selezione per merito, anche perché è mancato il senso di responsabilità della classe dirigente nella gestione dell’autonomia universitaria.

I concorsi locali prevedevano tre vincitori per ogni posto messo a concorso, scelti da una commissione giudicatrice formata da tre membri, per cui ogni commissario, di fatto, sceglieva il proprio vincitore. Una norma che, nata come transitoria, è poi durata per oltre un decennio e che non ha premiato il merito, soprattutto se si considera che i concorsi sono stati ulteriormente semplificati con l’abolizione della prova didattica e della discussione dei titoli, aprendo anche la strada al fenomeno del ghostwriter. Per i professori ordinari, inoltre, non viene più considerata la pregressa esperienza organizzativa, elemento importante se si pensa che agli ordinari era affidata, prima dell’“uno vale uno”, la gestione dell’università. In altre parole, il medaglione del vincitore si chiudeva con le parole: «Il candidato è maturo per svolgere la funzione di professore ordinario».

Negli ultimi vent’anni il numero dei professori di ruolo è aumentato enormemente. All’inizio degli anni Novanta gli ordinari erano circa 4.000; oggi sono circa 15.000, ai quali vanno aggiunti circa 25.000 professori associati.

Di conseguenza, sono entrate nell’università molte persone certamente brave, ma anche molte persone non pienamente meritevoli e, soprattutto, numerosi parvenu, spesso privi di esperienza e di autentica cultura accademica, talvolta anche arroganti e presuntuosi.

Le università di nuova istituzione, e in particolare quella di Benevento, si sono trovate in uno stato di particolare difficoltà, strette nella morsa di una sovranità limitata e di un reclutamento che ha risentito delle criticità delle nuove modalità concorsuali.Si è così formato un organico di docenti appartenenti a scuole diverse, alle quali hanno continuato a fare riferimento, senza quindi radicarsi nell’Ateneo sannita. È venuto così a mancare il senso di appartenenza, di responsabilità e, soprattutto, di gratitudine verso un’istituzione che ha consentito a molti di diventare professori universitari, cosa che altrimenti non sarebbe accaduta — in particolare per alcuni parvenu.

Per questi docenti l’Università del Sannio è stata una mera opportunità e non una scelta di vita. Ne è derivato un crescente disinteresse per il futuro dell’Ateneo, spesso utilizzato come semplice strumento per soddisfare altri interessi.

Non si è formato neppure lo spirito di comunità; al contrario, si sono affermati individualismo e conflittualità, finalizzati all’affermazione di interessi particolari, mentre quelli comuni sono rimasti sullo sfondo.

Un esempio emblematico può essere l’elezione a rettore di Aniello Cimitile, che, dopo appena cinque mesi di mandato, decise di candidarsi al Parlamento, ritenendo quella prospettiva più gratificante. Un episodio che mutò anche i rapporti tra università e istituzioni, facendo prevalere il rapporto tra università e politica attiva.

La conflittualità è stata una costante, sia pure con modalità e fasi diverse. Si possono distinguere due momenti, entrambi comunque caratterizzati da forti contrapposizioni.

In una prima fase l’obiettivo era consolidare l’egemonia di poteri accademici esterni all’Ateneo, con azioni di disturbo contro chi auspicava una crescita autonoma e dotata di specifiche identità culturali.

Essendo io il più convinto sostenitore di Pietro Perlingieri come primo rettore, proprio per rafforzare la già fragile autonomia decisionale dell’Ateneo, sono stato considerato il principale ostacolo all’affermazione dell’egemonia sull’Ateneo da parte di poteri “stranieri”. Per questo motivo sono stato oggetto di pesanti “scherzi da prete”, che hanno coinvolto anche persone a me molto care. L’obiettivo era il mio addomesticamento, con il bastone e la carota: «A frà, che te serve?».

Poiché non ho piegato la schiena né modificato il mio modus vivendi, sempre coerente con i valori in cui credo, sono rimasto costantemente sotto osservazione. Accadde, per esempio, poco prima della tornata elettorale per il rettorato, quando mi fu chiesto di avvalermi di un prorettore e di un direttore che mi erano stati “suggeriti”. Rifiutai con fermezza. Dissi piuttosto che avrei rinunciato alla candidatura, dopo averne dichiarato pubblicamente le ragioni. Venni comunque eletto con il 75% dei consensi e con l’80% nel secondo mandato.

Le condizioni di vivibilità dell’Ateneo peggiorarono molto a partire da poco più di un anno prima della fine del mio mandato e il casus belli fu l’elezione del nuovo rettore. Fino ad allora la presenza di alcuni professori di lungo corso aveva mitigato le frenesie dei “professori per caso”, ma quando questi ultimi cominciarono a salire sul palco, l’Ateneo entrò in un periodo di caos e di decadenza morale tale da renderlo simile a un caotico mercato di borgata.

Per far eleggere il candidato già designato — perché “vuolsi colà dove si puote ciò che si vuole” — furono cooptati due docenti del Dipartimento DEMM (il più numeroso e quindi potenzialmente decisivo nell’elezione del rettore), i quali ne cooptarono a loro volta un terzo. Quest’ultimo, tuttavia, ambiva egli stesso al rettorato e credeva che quella cooptazione potesse favorirlo. Ma c’erano altri candidati che scalpitavano da tempo e nessuno aveva capito che i giochi erano già stati decisi da molto tempo: i tre beneventani avevano soltanto la funzione di rompighiaccio. Per capire certe dinamiche occorre avere arguzia, capacità politica e visione strategica.

A me venne chiesto di condividere quanto era già stato deciso; nello stesso tempo, altri quattro docenti mi chiesero di “farli diventare rettori”, con strategie piuttosto stravaganti. Uno mi disse: «Mi nomini prorettore coordinatore del rettorato e tu te ne vai in giro per viaggi». Ancora più bizzarra fu la strategia di un altro candidato che veniva da me quasi ogni sabato, insieme alla consorte, per dimostrarmi la sua amicizia, ma il lunedì successivo mi criticava apertamente in Ateneo. Il motivo? Una strategia che riteneva vincente: «Così prendo i voti dei tuoi amici e, nello stesso tempo, quelli dei tuoi nemici e divento rettore». Intelligenti pauca.

Mi tornò alla mente ciò che mi disse molti anni fa il professor Perlingieri: «Filippo, non perdere tempo con questi giovanotti: nessuno di loro diventerà un leader». Parole sagge.

Mi è rimasto, tuttavia, un dubbio al quale non sono mai riuscito a dare una risposta: mi consideravano un influencer, un capobastone o uno sprovveduto?

Alla fine della giostra tutti si trovarono contro di me, perché avevo ostacolato le loro aspettative e avrei dovuto pagare pegno. Confesso che alla fine votai per il rettore designato, ma soltanto perché pensavo che, libero da vincoli, potesse scegliere collaboratori validi. Mi sbagliavo, e allora capii che a Benevento c’erano soltanto dei luogotenenti.

Chiedere a una persona di sostenere quanto deciso da poche persone in privato è quanto meno disdicevole, specialmente quando la questione riguarda un’istituzione e la sua intera Comunità. È un bizzarro concetto di democrazia.

Vennero, infatti, tempi bui, che sono terminati soltanto con l’elezione a rettrice della professoressa Maria Moreno, anch’ella molto ostacolata nel suo Dipartimento.

Negli ultimi tre lustri sono successe cose incredibili. Si è creato un clima da Promessi Sposi, con vari don Rodrigo convinti di essere i legittimi proprietari dell’istituzione e di poter fare tutto ciò che volevano, comprese la distribuzione di indulgenze e di pene.

Se esistono i principi è perché esistono sudditi e indifferenti, essendo stato smarrita l’etica della vergogna. Per cui l’illegalità è ormai considerata una prassi. E chi non condivide è considerato un nemico da combattere. Inviai al rettore pro tempore una richiesta di provvedimento disciplinare, ma non ebbi mai alcun riscontro. Il rettore dovrebbe garantire l’agibilità democratica dell’istituzione, per evitare che si affermino diritti di censo che di fatto legittimano i soprusi; altrimenti si diventa complici di chi usa l’istituzione per fini personali.

Poiché nessuno finora lo ha fatto, mi sento in dovere di chiedere alla Cittadinanza e a tutte le Istituzioni le mie scuse perché l’Università non è stata in grado di realizzare quel progetto che tutti avevamo sognato.

Purtroppo, i “professori per caso” non hanno vissuto il pathos della progettualità dell’Ateneo. Hanno trovato il piatto pronto sul tavolo e vi si sono buttati, azzuffandosi tra loro.

È lo spirito del tempo in cui viviamo. Abbiamo abbandonato i valori fondanti della democrazia — diritti, libertà, giustizia, fraternità, uguaglianza, rispetto dell’altro — e abbiamo abbracciato disvalori come l’individualismo, l’avidità, la violenza, l’uso della forza e il dio denaro: per l’arricchimento tutto è lecito e tutto è possibile. Abbiamo perso il senso della vita e della morte, a meno che non diventino utili dal punto di vista politico o economico. Abbiamo anche smarrito il senso di Comunità, chiudendoci nei nostri egoismi.

Più volte ho invitato i colleghi a essere responsabili, sia in forma privata sia pubblicamente, nella speranza di una riflessione collettiva sul nostro Ateneo. Ma sono stato sempre inascoltato.

La parola università deriva dal latino universitas e significa insieme, totalità, quindi comunità. Nel Medioevo era chiamata Universitas Studiorum il luogo in cui docenti e studenti si riunivano per studiare insieme. I Longobardi usarono quel termine per indicare una libera associazione di cittadini, cioè quello che oggi chiameremmo un comune, che i Normanni poi infeudarono. Anche l’Università del Sannio è stata infeudata, ma non dai Normanni.

La lotta per la mia successione ha creato un clima degno dei Promessi Sposi, con vari Don Rodrigo, e ha gettato l’Ateneo nella melma. Ma il 1° novembre 2025 qualcosa di nuovo è accaduto: è stata restituita all’Università la dignità perduta. Il modello del “rettore designato” non ha funzionato; il gruppetto dei capi e capetti si è sciolto come neve al sole, tra tardivi pentimenti e nuove zuffe. E così, quasi come in un conclave, è arrivato un angelo dal cielo a guidare la mano degli elettori.

Finalmente una donna, al momento giusto e al posto giusto.

La propaganda la definiva debole, ma ha già dimostrato di essere forte e determinata. Ha ricostruito il senso di comunità, ha incluso esclusi ed emarginati e ha posto al centro della cerimonia il tema dei diritti, negati fino ad ora nell’Ateneo. Diritti costituzionalmente riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale: un libro sacro, un sacrario, perché scritto con il sangue di chi ci ha restituito le libertà che abbiamo il dovere di difendere.

La funzione del docente, come quella del sacerdote, del medico e del giudice, deve essere svolta come una missione, perché riguarda la vita delle persone e quindi esige responsabilità.

La mia Maestra un giorno mi disse :“Bencardino, si ricordi sempre che noi siamo professori universitari e dobbiamo essere seri, perché gli studenti ci osservano e noi dobbiamo essere un esempio”. Maestri di scienza e di vita. Per questo ho nostalgia dell’università dei Baroni. Non ho mai sentito un Barone dire a un allievo: “Se non fai quello che ti dico, ti distruggo la carriera”, perché tra maestro e allievo esisteva stima reciproca.

La funzione dell’università non è quella di formare sudditi obbedienti e persone con il cervello piatto: sarebbe un’istituzione inutile, persino dannosa. E non è questa l’università che la cittadinanza aveva immaginato.

L’università non deve insegnare soltanto il fare e il saper fare, ma anche il saper essere e il saper vivere: educare alla legalità, alla socialità, alla libertà, alla democrazia, alla bellezza come virtù e impegno civile, al rispetto delle regole, alla cura del bene comune, a svolgere la propria funzione come servizio offerto alla comunità e non come esercizio di potere. In altre parole, l’università deve essere costruttrice di civiltà, per formare cittadinanza attiva e nuova classe dirigente.

Solo la Cultura può allontanarci dal baratro dell’abisso in cui stiamo scivolando e promuovere una rivoluzione morale e culturale capace di costruire una nuova umanità.

La Cultura non ha nulla a che vedere con la politica e con le ideologie. È conoscenza delle cose che consente agli esseri umani di riflettere sul mondo, di ricercare la verità, di interrogare il passato per comprendere il presente e disegnare un futuro migliore. Questo è il compito della scuola e dell’università. Ed è questa l’università che la comunità sannita ha sempre sognato e per la quale ha lottato: un sogno che non siamo riusciti a realizzare pienamente. Ma sono certo che anche i rapporti con le istituzioni diventeranno più virtuosi.

L’elezione al vertice del nostro Ateneo della professoressa Maria Moreno apre il cuore alla speranza e restituisce all’istituzione dignità, democrazia e giustizia. Il 3 marzo 2026 è una data importante: segna l’inizio ufficiale del risorgimento dell’Università del Sannio.

Grazie, cara Maria, per avermi fatto nuovamente innamorare della mia Università.

Vorrei ricordare qui coloro che hanno avuto un ruolo importante nella fondazione e nel consolidamento della nostra Università: Piero Perlingieri, Antonio Pietrantonio e Pasquale Viespoli. Un ricordo va anche a Ennio De Simone, servitore dello Stato e colonna dell’Università, recentemente scomparso. Cara Rettrice, cara Maria, non arrenderti mai. Buon lavoro e ad maiora”.

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