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Sindacati

Mensa scolastica, la Gilda: “Senza il servizio la scuola non può migliorare”

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“Non è nostro compito di docenti attribuire le colpe, ma non possiamo non constatare come ormai da lungo tempo, è quasi un triennio, quello che dovrebbe essere un servizio di estrema importanza per i nostri ragazzi e pertanto impegno di tutti assicurare, sia diventato un terreno di scontro politico senza esclusione di colpi”. Così Colomba Donnarumma, coordinatrice provinciale della Gilda degli Insegnanti, interviene sul dibattito relativo alla mensa scolastica nel Comune di Benevento.

“Ma è una battaglia di retroguardia, perché a rimetterci sono e saranno sempre per primi i nostri figli ed i nostri nipoti e poi le famiglie tutte – scrive il sindacato -. Con questo articolo vorremmo chiarire ai non addetti ai lavori l’importanza della mensa in quello che una volta veniva chiamato “tempo pieno”. Il “tempo pieno” fu introdotto dalla legge n.820 del 24 settembre 1971. Con essa veniva sancito il definitivo superamento dell’impostazione gentiliana che faceva della “classe”, affidata ad un unico insegnante, una monade impermeabile a qualsiasi interferenza sia interna che esterna, salvo la vigilanza esercitata dal direttore didattico e dall’ispettore governativo.

Si passava così alla classe aperta, alle attività integrative svolte nel pomeriggio dai docenti della classe stessa ( compresenze) per 40 ore complessive settimanali – prosegue la nota -. Questa legge ha fatto sì che la scuola italiana dell’infanzia e quella elementare (ora primaria) assurgessero negli anni ‘70 ed ‘80 ai vertici mondiali per efficacia didattica. Questi segmenti dell’istruzione concorrevano e concorrono in maniera fondamentale alla formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali.

Tuttavia – sottolineano dalla Gilda -, con gli anni ‘90 comincia la glaciazione dei conti pubblici, situazione che ancora stiamo vivendo. Si doveva entrare in Europa, fare i sacrifici e così il “ tempo pieno “, quello di 40 ore e delle compresenze, doveva essere ridimensionato e le attività integrative lasciate ai privati. Ad intraprendere questa linea pensò la legge 148 del 1990, capo del governo Giulio Andreotti, che portò un primo attacco al tempo pieno, stabilendo una organizzazione modulare, riducendo drasticamente le compresenze ed imponendo la divisione disciplinare non più tra due soli docenti, ma tra quattro o sei, che avrebbero dovuto ruotare tra più classi con grande disorientamento per i piccoli discenti. Poi ci sono stati i successivi stravolgimenti ordinamentali (da Moratti/Bertagna a Gelmini/Tremonti) che hanno tentato di distruggerlo con improponibili ipotesi di orario “spezzatino” e con il ritorno al “docente unico” , la cui “riesumazione” giuridica si è rivelata, di fatto, fallimentare. Si è trattato ,evidentemente,di un rigurgito ideologico. A pagare ,come sempre, sono stati i ragazzi e le famiglie.

Nelle graduatorie internazionali – si legge nella nota – la scuola italiana è attualmente precipitata al ventesimo posto, scavalcata dalle scuole dell’est asiatico e dell’Europa del Nord ( queste ultime- vedi Finlandia- hanno copiato pari pari il nostro “ tempo pieno “ originario ). Che dire….. I matrimoni non si fanno con i fichi secchi e le noci!!! Ma torniamo alle vicende nostrane. Come abbiamo cercato di far comprendere con questo breve scritto ,il così detto “ tempo pieno” è un modo diverso di fare scuola, che si fonda su tempi di apprendimento più distesi e non è certo un parcheggio pomeridiano dei fanciulli. In tutto questo la “mensa “ è un momento educativo fondamentale. Con la consumazione del pasto si socializza, si condivide, si apprendere l’educazione alimentare grazie alla presenza dei docenti ,si consente un intervallo alle attività didattiche, ci si diverte e la mensa diventa anche un vero è proprio momento agapico. Tutti i bambini consumano lo stesso pasto, insegnanti compresi, perché nella scuola si è tutti eguali, tra quelle mura sarà solo il merito e l’impegno a fare la differenza, senza però lasciare nessuno indietro. Sostituire la mensa con pasto portato da casa fa venir meno tutti i principi di cui sopra, oltre a comportare problemi organizzativi notevoli.

La scuola dell’infanzia – conclude Donnarumma – ha sicuramente le maggiori difficoltà per la scarsa autonomia dei suoi allievi dovuta alla loro tenera età, stesse difficoltà si riscontrano anche con i fanciulli
che frequentano la prima elementare. Su tutti incombe il problema di garantire chi ha intolleranze alimentari, l’igienicità di quanto portato da casa, la formazione di chi dovrà somministrare gli alimenti ai bambini (quando non autonomi o scarsamente autonomi) , la sicurezza dei locali ove si consumano gli alimenti preparati dalle famiglie e intasati dai contenitori portati da casa e dagli zaini. Per concludere: con la mensa, condizione indispensabile per il “tempo pieno” o similari, diamo l’opportunità di una scuola migliore ai nostri bambini, speranza delle nostre terre e futuro della nostra nazione”.

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