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CULTURA

Rudy Cremonini: ‘La vita la vediamo a memoria”

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In occasione delle manifestazioni allestite per il Giorno della Memoria, il Museo Ebraico di Bologna ospita un progetto targato Giamart Studio di Vitulano (Benevento), ovvero l’installazione di Rudy Cremonini: "La vita la vediamo a memoria”, che verrà inaugurata il 22 gennaio e resterà aperta fino al 26 febbraio 2012 (www.lavitalavediamoamemoria.it).

***

La stanza della Shoah. Poco più di un antro illuminato da una luce fioca e posto in un angolo del Museo Ebraico di Bologna. Si sarebbe potuto ricostruire un mondo stipato dal tumulto della Storia: invece si è optato per un luogo vuoto, che documenta la scomparsa del corpo, l’aprirsi della porta sul “nulla”. Un nulla che però è bene non smettere di fissare, per circoscriverne la presenza e non farla dileguare. E forse è anche per questo che lo spazio è angusto e quasi invaso dall’ombra: non è per cancellare il passato e i suoi fantasmi, ma per custodirlo, per fare esperienza permanente del suo “buco nero”. Eppure un esile filo di memoria è estratto dall’assenza attraverso un elenco di nomi scritti a terra su una pellicola adesiva bianca. Sono come tracce e reperti che emergono dalle tenebre della stanza e che permettono un incontro muto con chi la violenza ha reso invisibile. Nomi che non si pongono come pesi morti del ricordo, ma che reclamano uno statuto d’essere, una voce che travalichi la Storia.

Ebbene, l’intervento ideato da Rudy Cremonini non vuole essere altro che il tentativo di dare un volto a queste voci, senza la pretesa di cogliere l’identità della persona. Niente inalterabilità delle foto tombali, niente puro omaggio alle vittime dello sterminio. Più che la pietà all’artista interessa suscitare la consapevolezza dell’accaduto. Ed ecco allora una serie di vecchie valigie in cartone su cui egli dipinge una “galleria di ritratti” sfuggenti, smarriti, quasi consumati dalla stessa pittura che li elabora. Così, nomi e volti, dice lo stesso Cremonini, si specchiano a vicenda, come a voler trattenere uno sguardo che invece tende ad allontanarsi o a perdersi dietro il frettoloso “turismo della memoria”.

Non aggiunge altro: teme di scivolare nella retorica o nella ritualità dei ricordi. Ad importargli è che il senso di cancellazione rimanga vivo, che la memoria conservi la sua ferita, che l’oscurità della stanza continui a testimoniare il passato. Ma soprattutto che la sua scarna “liturgia dell’orrore” parli al futuro.

Luigi Meneghelli
curatore

 

 

 

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