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ECONOMIA

ZES: il paradosso delle microimprese escluse dallo sviluppo

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La Zona Economica Speciale unica continua a essere raccontata dal Governo come uno strumento risolutivo per il rilancio del Mezzogiorno. L’analisi dei dati della Campania restituisce però una realtà che, per struttura e dinamiche, può essere estesa per comparazione all’intero Sud, incrinando la narrazione dominante e aprendo interrogativi politici ed economici non più rinviabili.

In Campania le microimprese, quelle fino a 10 addetti, rappresentano circa il 20% delle aziende ammesse alla ZES in termini numerici, ma incidono per meno del 10% del credito richiesto, in funzione degli investimenti presentati. Un divario che non è casuale né fisiologico: è il prodotto diretto di un impianto normativo che, per come è stato costruito, favorisce strutturalmente le imprese di dimensioni maggiori, relegando il tessuto produttivo minore a un ruolo marginale.

Il nodo politico centrale è la soglia minima di investimento fissata a 200.000 euro. In una regione come la Campania, dove oltre l’80% delle imprese è costituito da microimprese e dove queste aziende assorbono tra il 38% e il 55% dell’occupazione regionale, quella soglia funziona come una vera e propria barriera all’accesso. Non seleziona i progetti migliori: seleziona semplicemente chi è già più strutturato.

Il paradosso è evidente. Le microimprese rappresentano l’ossatura produttiva dei territori, presidiano le filiere locali, garantiscono occupazione diffusa e continuità economica, soprattutto nelle aree più fragili. Eppure, nella ZES così concepita, il loro peso economico diventa residuale. I numeri sugli investimenti parlano chiaro: meno del 10% delle risorse richieste in Campania è riconducibile alle microimprese, nonostante esse costituiscano la parte più ampia e vitale del sistema produttivo regionale.

Questo significa che la ZES, allo stato attuale, non rafforza in modo diffuso l’economia del Mezzogiorno, ma rischia di accentuare le asimmetrie già esistenti tra imprese strutturate e sistema produttivo minore. Una politica che dichiara di voler ridurre i divari territoriali finisce così per riprodurli al proprio interno.

La crescita dimensionale dovrebbe essere una leva prioritaria in un Paese caratterizzato da un tessuto produttivo composto in larga parte da microimprese fino a 10 addetti. Invece, così impostata, la ZES non accompagna queste imprese in un percorso di rafforzamento, ma contribuisce ad ampliare le distanze, lasciando ai margini proprio le realtà più fragili: quelle che avrebbero maggiore bisogno di strumenti mirati di investimento, capitalizzazione e patrimonializzazione per crescere e competere.

A questo limite strutturale si aggiunge un secondo elemento di criticità: l’incertezza legata alla definizione ex post della percentuale di contributo. Le imprese presentano i progetti senza conoscere in anticipo l’effettiva intensità dell’aiuto pubblico, che viene determinata solo successivamente, in funzione delle risorse disponibili e del numero di domande ammesse. Questo meccanismo introduce una soglia di rischio difficilmente sostenibile, soprattutto per le micro e piccole imprese, che non possono permettersi di investire senza avere certezza sul livello di sostegno pubblico.

Molte imprese si autoescludono prima ancora di presentare domanda, scoraggiate da soglie elevate e da un livello di incertezza incompatibile con la loro capacità finanziaria. Altre, pur partecipando, riducono l’entità degli investimenti al minimo indispensabile per non esporsi eccessivamente in assenza di certezze sull’effettivo sostegno pubblico.

C’è poi un terzo problema, altrettanto rilevante: l’assenza di una visione temporale adeguata. Senza una copertura pluriennale certa, almeno triennale, la ZES resta una misura emergenziale, legata alle contingenze di bilancio più che a una strategia di sviluppo. Le imprese, soprattutto le più piccole, non investono sull’incertezza. Pianificazione industriale, accesso al credito, innovazione e assunzioni richiedono stabilità e orizzonti chiari.

Qui emerge una contraddizione profonda nell’azione del Governo. Da un lato si rivendica il sostegno al Mezzogiorno e si indicano regioni come la Campania tra le più dinamiche del Sud; dall’altro si costruisce uno strumento che rende marginale proprio la componente imprenditoriale più diffusa e a maggiore impatto occupazionale. Senza le microimprese, non esiste alcuna politica industriale territoriale credibile.

Coinvolgere davvero le microimprese non è una concessione politica, ma una scelta di efficacia economica. Significa abbassare la soglia minima di accesso, modulare gli incentivi in base alla dimensione d’impresa, valorizzare investimenti più piccoli ma diffusi, capaci di generare un impatto sistemico reale. Un investimento da 80.000 o 100.000 euro replicato su centinaia di imprese può produrre più sviluppo, più occupazione e più resilienza di pochi grandi interventi isolati.

La ZES deve uscire dalla logica del provvedimento a termine e diventare una vera politica industriale territoriale, con regole stabili, orizzonte pluriennale certo e strumenti inclusivi. Senza queste correzioni, la Zona Economica Speciale rischia di restare un’occasione solo parzialmente colta, lontana dai bisogni reali del sistema produttivo e dalle promesse con cui è stata presentata.

Pasquale LampugnaleCeo di Sidersan Spa

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