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ECONOMIA

Stati Generali delle Aree Interne: Benevento capitale del dibattito sui territori fragili

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Oggi e poi domani, Benevento sarà il cuore di un confronto nazionale dedicato alle sfide delle aree interne, con l’avvio degli Stati Generali promossi da Eitalìa. La giornata odierna si è aperta con i saluti istituzionali del sindaco Clemente Mastella, del presidente della Provincia Nino Lombardi e dell’arcivescovo Felice Accrocca, insieme al contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, sottolineando sin da subito il respiro ampio di un evento che vuole dare voce a territori troppo spesso considerati marginali.

La mattinata è stata scandita da vari momenti di confronto, ciascuno dedicato a una diversa dimensione della trasformazione che attraversa le aree interne. Il primo momento ha affrontato il tema della transizione educativa, demografica e sociale, con voci autorevoli provenienti dal mondo della ricerca, delle associazioni e della Chiesa. Tra gli interventi più significativi quelli di Paolo Landri del CNR, Pietro Lunetto della Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie, Rosanna Nisticó dell’Università della Calabria e Don Matteo Prodi, che hanno offerto prospettive diverse ma complementari sul futuro delle comunità locali. Le riflessioni sono state poi tirate insieme nelle conclusioni del deputato Toni Ricciardi e di Aldo Berlinguer, presidente del Comitato tecnico scientifico di Eitalìa, che hanno restituito una visione d’insieme.

Il secondo momento ha spostato l’attenzione su identità, cultura e turismo, temi cruciali per la valorizzazione dei borghi e del patrimonio immateriale. Qui si sono alternati studiosi come Massimiliano Bencardino e Antonella Fiorelli, insieme a Fiorello Primi, presidente dell’associazione “Borghi più Belli d’Italia”, che ha sottolineato come la bellezza diffusa dei piccoli centri possa diventare leva di sviluppo. A chiudere il dibattito è stato l’assessore regionale al Turismo Felice Casucci, richiamando il ruolo delle politiche pubbliche nel sostenere questo processo.Infine, la terza sessione ha guardato alle sfide economiche e tecnologiche, dando voce a rappresentanti del mondo agricolo, accademico e imprenditoriale. Dal vicepresidente della CIA Matteo Bartolini al rettore dell’Università del Sannio Gerardo Canfora, fino ai contributi di Invitalia, Olidata e Legacoop, il confronto ha evidenziato come l’innovazione e la cooperazione possano rappresentare chiavi decisive per il rilancio delle aree interne.

Le conclusioni dei lavori sono state affidate dapprima ad Adriano Giannola, presidente Svimez, e poi c’è stato anche l’intervento in collegamento di Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, il PNRR e le Politiche di Coesione.

«Con l’esperienza degli ultimi venti o trent’anni – ha esordito, Giannola, presidente Svimez – dobbiamo ammettere che il problema non è soltanto il Mezzogiorno ma l’Italia intera. La Svimez non nasce per il Sud, nasce per l’Italia. Abbiamo gettato le basi per costruire una nazione unita, ma oggi quelle basi sembrano scricchiolare. L’Europa ci ricorda continuamente il nodo mai sciolto del divario Nord-Sud. È vero, quel problema era stato affrontato negli anni Cinquanta e Sessanta, consentendo il miracolo economico, ma oggi siamo di nuovo in una fase critica: il Mezzogiorno si sta desertificando e, secondo le previsioni demografiche, nel 2060 perderà 5 milioni di abitanti. E chi se ne va sono i giovani più qualificati, quelli con opportunità. È un suicidio per il Paese. La verità è che non esiste più un disegno di sistema. Non c’è conflitto Nord-Sud: il problema è nazionale. Si continua a ragionare come se ci fosse una contrapposizione, quando in realtà è tutto il Paese a perdere terreno. Manca la visione degli anni Cinquanta. Lo sviluppo richiede un progetto organico, capace di innescare quei meccanismi di traino che permisero all’Italia di crescere. L’Europa stessa ci avverte: da quindici anni il nostro Paese non cresce e le regioni italiane sono ferme. Rischiamo di restare intrappolati in un declino senza via d’uscita”.


Il Ministro Foti, quindi, ha chiosato: “Dobbiamo saper coniugare tradizione e innovazione, valorizzando la memoria storica ma rispondendo anche alle nuove esigenze. Serve una strategia nazionale, che però abbia declinazioni locali, calibrate sulle specifiche necessità di ciascun comune. La coesione territoriale rappresenta un valore fondamentale: non riguarda soltanto il Mezzogiorno ma l’intero Paese, e lo stesso contesto europeo. Le condizionalità imposte dall’Europa, però, rischiano di frenare interventi concreti, e non possiamo trattare l’agricoltura di montagna con le stesse regole dell’agricoltura di pianura. Dai piccoli comuni arriva infine un vero e proprio grido d’allarme: chiedono una visione chiara, sistematica e condivisa, capace di partire dal basso ma al tempo stesso integrata con l’orizzonte europeo”.

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