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Opinioni

Il valore di essere donne, cittadine europee

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Lavoratrici, mamme, ma soprattutto cittadine. Non solo italiane, ma europee. Sono le donne, l’altra metà del cielo. L’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, è dedicato a loro. Una data che va oltre la semplice festa, dove spesso la relega la società consumistica, per assurgere a giorno simbolo di un confronto sui diritti, spesso violati, delle donne.

Donne che trovano un sostegno nell’Unione Europea. Nel diritto all’uguaglianza sancito nella Carta dei diritti fondamentali della UE e nella tutela del genere dell’ordinamento comunitario.

L’Unione Europea, come spesso accade, è avanti anche nel garantire i diritti delle donne. Si supera il concetto quote rose, per arrivare a consolidare una parità di genere tra uomo e donna. Così se le leggi nazionali, spesso confinano la donna ad una minoranza da tutelare, a Bruxelles l’apertura mentale è più ampia. La tutela delle donne dalle violenze e dalle discriminazioni è fortemente sentita dalle Istituzioni europee. E il valore di essere una cittadina europea si connota di un significato profondo. Una linfa vitale dalla quale attingere forza.

Sulla nascita dell’Unione Europea c’è anche la sensibilità e la determinazione delle donne, come Ursula Hirshmann, solo per citarne una, compagna di Altiero Spinelli, che contribuì a diffondere sul continente il Manifesto di Ventotene. Si impegnò per la formazione del Movimento federalista europeo e fondò a Bruxelles l’associazione "Femmes pour l’Europe".

Molto però deve essere ancora fatto, soprattutto per superare il concetto a volte discriminante delle quote rosa. Perchè se l’Europa corre avanti, gli Stati spesso arrancano.
Così ci sono ancora difficoltà per l’universo femminile ad arrivare a posti di comando o prestigio. Le donne spesso si trovano ad un odioso bivio: scegliere o mamme o manager. Situazioni di disparità che gli studiosi di organizzazione aziendale stanno cercando di limare attraverso quello che però viene ancora definito con una parola dal sapore amaro “diversity management”, gestione della diversità.

A pochi giorni dalla Giornata Internazionale della Donna arriva il bilancio della UE sulla presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società europee: le cifre sono ancora molto lontane dagli obiettivi stabiliti dalla commissione un anno fa, a causa dell’incapacità dei paesi membri di auto regolamentarsi in materia di pari opportunità. Nei 27 Stati della UE la media di donne manager ai vertici aziendali è pari solo al 13,7%. La commissaria europea alla giustizia Viviane Reding ha stimato che di questo, passo, puntando solo sulle singole iniziative degli Stati ci vorranno 40 anni per raggiungere un accettabile equilibrio tra uomini e donne.

Così l’Europa si rimbocca le maniche. Sul tavolo in attesa di approvazione nei prossimi giorni ci sono due risoluzioni: una sostegno della rappresentanza rosa nei consigli di amministrazione, l’altra contro la violenza sulle donne.
Nell’universo femminile, infatti, secondo dati Istat, una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni è stata colpita nella sua vita dell’aggressività di un uomo e nel 63% dei casi, alla violenza hanno assistito i figli Le più numerose sono le donne più giovani, quelle tra i 16 e i 24 anni, ma nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate: il 96% delle donne non parla con nessuno delle violenze subite. I maggiori responsabili delle aggressioni sono i partner. Uomini che odiano le donne, che le trattano da oggetto, convinti di possederle come una cosa, deliranti padroni assoluti della vita e della morte.

Domani, quando i fiori delle mimose perderanno il loro profumo, non lasciamo appassire la speranza di un mondo dove uomini e donne potranno essere uguali anche nella loro diversità, di un mondo basato sul rispetto, sulla libertà delle scelte, di un mondo dove l’8 marzo potrà essere solo un ricordo di qualcosa di ingiusto che è stato.

E.F.

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